JEET KUNE DO

Bruce

La storia del Jeet-kune-do, o più brevemente Jkd, è la storia del suo ideatore: Bruce Lee , al secolo Jun Fan Lee. Nato a San Francisco nel 1940, ma cresciuto a Hong Kong, nella sua adolescenza Bruce Lee studiò Tai-chi-chuan (stile “interno” di Kung-fu) con il padre. Poi Wing-chun (stile del Sud della Cina noto per le tecniche di braccia economiche ed efficaci), Tam-tui, (stile del Nord che privilegia le tecniche di calcio) e Chin-na (tecniche di leva articolare che hanno dato origine al Ju-jitsu). Scambiò esperienze con amici che praticavano altri stili della cosiddetta “boxe cinese”. Per esempio, prese lezioni di Kung-fu dal maestro Siu Hong San in cambio di lezioni di Cha-cha-cha di cui il Piccolo Drago era campione della città. Oppure partecipava a combattimenti clandestini con allievi di altre scuole, senza che sifu Yip Man (1893-1972) lo sapesse. Questo grande maestro, responsabile di aver reso pubblico il Wing-chun, può essere considerato l’unico insegnante di Bruce Lee nel senso tradizionale del termine. Anche se non deve essere dimenticato sifu Wong Shun Leung (1935-1997). Secondo la tradizione cinese, per Little Dragon era un “fratello maggiore” di Kung-fu oltre a rivestire la carica di capo istruttore della scuola di Wing-chun. La famosa vicenda di Bruce che, per fare lezione da solo, si metteva davanti dell’abitazione dicendo agli altri allievi che il maestro non avrebbe potuto far lezione, risale ai tempi in cui studiava con Wong Shun Leung. Fu lui anche ad accompagnalo in alcuni dei suoi combattimenti sui tetti di Hong Kong con praticanti di altri stili di Kung-fu. Giunto negli Stati Uniti, agli inizi degli anni Sessanta, proseguì la sua ricerca marziale a 360 gradi. Attraverso le personalità del panorama americano con cui strinse un rapporto, se non di maestro-allievo almeno di scambio di vedute, esplorò le arti marziali asiatiche più diffuse come Judo, Ju-jitsu, Karate. Ma anche le discipline occidentali del combattimento: pugilato, scherma e lotta. In particolare, Bruce Lee era appassionato della “Nobile Arte” oltre che fan di Cassius Clay. Proprio al famoso “Dancing Style” di Mohamed Alì sembrò ispirarsi per l’allora rivoluzionario footwork del suo personalissimo sistema di combattimento. Per la prima volta, senza pregiudizi, le arti del combattimento asiatico furono messe a confronto con quelle occidentali. Per il giovane maestro il pugilato meritava grande rispetto in quanto efficace arte del colpire e questo fu evidente successivamente nell’evoluzione del suo Jeet-kune-do. Bruce era avido di conoscenza, collezionava libri e film super8 di Boxe, lotta e di altre discipline di qualsiasi epoca. Prendeva appunti, faceva riflessioni, su teorie e principi di qualsiasi arte del confronto uomo contro uomo. Inizialmente il metodo di Kung-fu (o Gung-fu come preferiva scrivere per favorire la pronuncia agli occidentali) che insegnò era la sua personale interpretazione delle arti cinesi praticate a Hong-Kong. Ciò che gli allievi del giovane Bruce praticavano a Seattle e a Oakland, nei primi anni Sessanta, si chiamava “Non-Classical Gung-fu”. Successivamente diventò “Jun-Fan Gung-fu”, ovvero il Gung-fu di Jun Fan Lee. Amici e compagni di studi che cominciano a praticare con lui, nei parcheggi e nei locali delle scuole, cercano di metterlo alla prova, ma la sua abilità straordinaria si unisce ad un’arte che nessuno sembra conoscere. Il “nucleo” del suo sistema era infatti costituito dal Wing-chun, anche se potevano vedersi colpi derivanti da altri stili cinesi o tecniche di leva e proiezioni provenienti dal Judo. Mentre, con la nascita del Jeet-kune-do (“La Via del pugno che intercetta”), avvenuta nel 1968, il gusto del Kung-fu classico si stempera a favore di un’arte nuova. Il bagaglio tecnico di Bruce Lee si arricchisce di altri elementi attraverso il confronto con i grandi nomi del panorama marziale di quegli anni. Campioni di Karate americano come Joe Lewis, Mike Stone e Chuck Norris chiedevano di allenarsi con questo astro nascente venuto dal nulla, ma ormai famoso anche grazie alle sue apparizioni televisive. Il Piccolo Drago inizia il processo di evoluzione della sua arte attraverso l’eliminazione del superfluo. Alla ricerca della spontaneità in combattimento si “libera” dei condizionamenti classici tipici delle arti marziali tradizionali. I tre pilastri del Jeet-kune-do, attraverso i quali analizzare ogni singolo movimento, diventano: semplice, diretto e non-classico. Inoltre, Jun Fan Lee cambia il suo metodo d’allenamento: inizia a dare grande importanza alla preparazione fisica e all’alimentazione. Le sue intuizioni vanno verso un metodo totale di combattimento che può essere considerato precursore della Kick-boxing e dei combattimenti “No Rules”. In un’epoca in cui tutte le discipline insegnavano a combattere controllando i colpi, la “Non Arte” di Bruce Lee esaltava l’importanza dell’allenamento a pieno contatto. Utilizza l’attrezzatura che fino ad allora era conosciuta solo nel pugilato (guanti da passata, palla tesa, pera, sacco) e nel Football americano (scudi colpitori). Bruce Lee fu a pieno titolo pioniere di quelli che poi furono chiamati sport da combattimento e oggi Mixed Martial Arts. Nonostante la grande spinta al confronto con altre arti marziali degli ultimi anni, il Jeet-kune-do rimane focalizzato sull’idea di “Self Defence System”. Quindi, anche se molte tecniche sarebbero potute funzionare su un quadrato di gara, Bruce Lee non volle mai creare o partecipare a delle competizioni perché ne avvertiva le limitazioni. Bruce Lee ruppe tutte le regole nelle arti marziali e nella vita. Morì a Hong Kong nel 1973, per edema cerebrale, lasciando i suoi allievi in California a proseguire il cammino da lui indicato. Non sappiamo quale direzione avrebbe potuto prendere il suo Jkd, se fosse rimasto in vita. Una cosa è certa: secondo i suoi insegnamenti nessuno sarebbe dovuto diventare un suo clone, perché ognuno dei suoi allievi avrebbe espresso il proprio Jeet-kune-do. Grazie ai suoi film (cinque, di cui l’ultimo incompleto) le palestre di arti marziali continuarono a riempirsi per tutti gli anni Settanta. E ancora oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa, il fascino che Bruce Lee esercita sugli appassionati di arti marziali è indiscutibile. La tecnica principale del Jeet-kune-do è quella del colpire, anche se i praticanti avanzati apprendono ugualmente tecniche di leva articolare e proiezioni al suolo. Come non mancava mai di sottolineare il nostro primo insegnante di Jkd: “Colpisci, se poi non sai cosa fare colpisci, colpisci e colpisci ancora!” Tutto in quest’arte è concettualmente semplice, ma per raggiungere questa semplicità nell’azione è necessario sviluppare solide fondamenta. Per fare esperienza di un movimento è necessario praticarlo finché questo non lo “senti” tuo e “diventa” tuo. Solo allora sarà possibile “scartare ciò che non funziona”, per te, e “aggiungere qualcosa di specificatamente tuo”. Le radici filosofiche del Jkd affondano nel Taoismo, nel Buddismo, in particolar modo lo Zen. Bruce Lee studiò filosofia all’università dello stato di Washington. Ma sono le letture e la sua ricerca personale, soprattutto nel periodo di convalescenza da un incidente alla schiena dovuto all’allenamento con i pesi, ad aver favorito quella maturità concettuale che portò la sua arte a un livello più alto. “Using No Way as Way – Having No Limitation as Limitation” (Usare nessun metodo come metodo – Avere nessuna limitazione come limitazione) è il motto del Jeet-kune-do.La “Via del pugno che intercetta” è senza dubbio una filosofia e una scienza del combattimento, dotata anche di tratti caratteristici. Ma, come vuole il suo ideatore, non potrà mai trascendere l’interpretazione personale di ogni singolo praticante. La grandezza di Lee non si limitò ad aver creato un nuovo sistema di lotta, per quanto valido ed efficace, ma nell' aver coniato il concetto filosofico che è l’impalcatura tecnica.


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